alle 19.30 studiamo l'11 Principio di Azione Valida:
"Non importa da che parte ti abbiano messo gli eventi, ciò che importa è che tu comprenda di non aver scelto nessuna parte."
Comunità Breda 2 - tutti i lunedì alle ore 19.30 in via Breda 122, Milano
lunedì 21 maggio 2012
martedì 15 maggio 2012
Quando tratti l'altro...
"Quando tratti l'altro come vuoi essere trattato, ti liberi"
Mi rendo conto che è più facile accorgermi del contrario: di quando tratto male l'altro e mi sento incatenati da questo atteggiamento. O anche di quando non mi sento trattato bene dall'altro.
Leggendo il principio mi viene da chiedermi come vorrei essere trattato, cosa vorrei ricevere dall'altro.
Com'è che voglio essere trattato? Non è facile avere chiarezza su questo.
Devo fare attenzione a non muoversi per meccaniche compensatorie, proiettando sull'altro quello che piace a me, perchè non è detto che ciò che piace a me corrisponda a ciò che piace all'altro, e mi rendo conto che quando mi comporto così, resto molto in superficie, non sto davvero cercando di trattare bene l'altro, ma mi sto muovendo per compensazione, cercando di capire cosa vorrebbe l'altro, magari per sentirmi buono, o sentire riconoscenza o riconoscimento da parte dell'altro.
Mi sembra molto più interessante invece puntare a lasciare la libertà all'altro, indipendentemente se questo implica che l'altro farà qualcosa che non ci fa piacere.
Non sempre mi connetto con la seconda parte del principio, quella della libertà, in cui mi rivela che agendo in accordo con il principio, mi libero.
Questo principio c'entra con l'amore che mandi verso l'altro: prima lo devi trovare dentro di te, e poi lo puoi passare all'altro.
Lo stesso concetto, di trattare l'altro come si vuol essere trattati, lo si ritrova in molte culture, come se fosse una legge universale, ed è interessante notare che differenti culture, ambienti etc, abbiano prodotto la medesima comprensione, come se stesse all'interno dell'essere umano stesso.
Ma com'è che se siamo tutti d'accordo su questo principio, non riusciamo ad applicarlo? Perchè è così difficile?
Forse perchè c'è da mettersi davvero nei panni dell'altro, lasciando perdere i miei desideri o interessi.
O forse anche perchè questa libertà mi fa un po' paura, dal momento che dal momento in cui ce l'ho, non posso più incolpare nessuno.... e son talmente abituato a muovermi su binari, dentro recinti, che uscirne spaventa.
Mi torna in mente "A proposito dell'Umano" quando dice "più t'allontani e più mi sento riconfortato, perchè ho contribuito a spezzare le tue catene". Forse non sempre questo accade, e a volte non subito.... ma cmq. contribuisce a spezzare anche le mie di catene :-)
Se non ho un certo tipo di esperienza (unitiva) trovo normale comportarmi diversamente (meccanicamente) perché non ho un'alternativa da confrontare e tra cui poter scegliere.
So riconoscere quando c'è un registro che mi indica che sto facendo bene: e si manifesta con una certa fluidità di relazione, assenza di resistenze e censure.
Più aspiri a costruire questo tipo di relazione, più ti accorgi dei campanelli di allarme che indicano quando stai agendo in contrasto con il principio.
Quando mi permangono appesi contenuti altrui, sono io che mi sto incastrando, che sto trattenendo l'altro.
Le mie paure mi bloccano e non mi liberano, se le identifico posso indagare e liberarmi, se no resto incatenato e trascino l'altro nelle mie paure e nelle mie catene.
Questo è un principio in crescita: man mano imparo a riconoscere come voglio essere trattato e come trattare gli altri.
Spesso viviamo talmente immersi nei nostri insogni, ci crediamo così fortemente, che anche quando vediamo arrivare certi indicatori d'allarme, non gli diamo retta, e continuiamo finchè quell'insogno fallisce, per lasciar spazio ad un nuovo insogno, o anche alla ripetizione.
E' importante dare valore alle volte in cui riesco ad applicare questo principio,
è importante memorizzare il registro cenestesico dei momenti positivi,
è importante Ringraziare: la conversione si dà nel riconoscimento.
Quando tratti qualcun altro, stai facendo un'operazione verso il mondo, vedi gli altri come parte integrante del tuo mondo, e lo sguardo che metti sul mondo dell'altro e sulle sue diversità, è liberatorio.
Mi rendo conto che è più facile accorgermi del contrario: di quando tratto male l'altro e mi sento incatenati da questo atteggiamento. O anche di quando non mi sento trattato bene dall'altro.
Leggendo il principio mi viene da chiedermi come vorrei essere trattato, cosa vorrei ricevere dall'altro.
Com'è che voglio essere trattato? Non è facile avere chiarezza su questo.
Devo fare attenzione a non muoversi per meccaniche compensatorie, proiettando sull'altro quello che piace a me, perchè non è detto che ciò che piace a me corrisponda a ciò che piace all'altro, e mi rendo conto che quando mi comporto così, resto molto in superficie, non sto davvero cercando di trattare bene l'altro, ma mi sto muovendo per compensazione, cercando di capire cosa vorrebbe l'altro, magari per sentirmi buono, o sentire riconoscenza o riconoscimento da parte dell'altro.
Mi sembra molto più interessante invece puntare a lasciare la libertà all'altro, indipendentemente se questo implica che l'altro farà qualcosa che non ci fa piacere.
Non sempre mi connetto con la seconda parte del principio, quella della libertà, in cui mi rivela che agendo in accordo con il principio, mi libero.
Questo principio c'entra con l'amore che mandi verso l'altro: prima lo devi trovare dentro di te, e poi lo puoi passare all'altro.
Lo stesso concetto, di trattare l'altro come si vuol essere trattati, lo si ritrova in molte culture, come se fosse una legge universale, ed è interessante notare che differenti culture, ambienti etc, abbiano prodotto la medesima comprensione, come se stesse all'interno dell'essere umano stesso.
Ma com'è che se siamo tutti d'accordo su questo principio, non riusciamo ad applicarlo? Perchè è così difficile?
Forse perchè c'è da mettersi davvero nei panni dell'altro, lasciando perdere i miei desideri o interessi.
O forse anche perchè questa libertà mi fa un po' paura, dal momento che dal momento in cui ce l'ho, non posso più incolpare nessuno.... e son talmente abituato a muovermi su binari, dentro recinti, che uscirne spaventa.
Mi torna in mente "A proposito dell'Umano" quando dice "più t'allontani e più mi sento riconfortato, perchè ho contribuito a spezzare le tue catene". Forse non sempre questo accade, e a volte non subito.... ma cmq. contribuisce a spezzare anche le mie di catene :-)
Se non ho un certo tipo di esperienza (unitiva) trovo normale comportarmi diversamente (meccanicamente) perché non ho un'alternativa da confrontare e tra cui poter scegliere.
So riconoscere quando c'è un registro che mi indica che sto facendo bene: e si manifesta con una certa fluidità di relazione, assenza di resistenze e censure.
Più aspiri a costruire questo tipo di relazione, più ti accorgi dei campanelli di allarme che indicano quando stai agendo in contrasto con il principio.
Quando mi permangono appesi contenuti altrui, sono io che mi sto incastrando, che sto trattenendo l'altro.
Le mie paure mi bloccano e non mi liberano, se le identifico posso indagare e liberarmi, se no resto incatenato e trascino l'altro nelle mie paure e nelle mie catene.
Questo è un principio in crescita: man mano imparo a riconoscere come voglio essere trattato e come trattare gli altri.
Spesso viviamo talmente immersi nei nostri insogni, ci crediamo così fortemente, che anche quando vediamo arrivare certi indicatori d'allarme, non gli diamo retta, e continuiamo finchè quell'insogno fallisce, per lasciar spazio ad un nuovo insogno, o anche alla ripetizione.
E' importante dare valore alle volte in cui riesco ad applicare questo principio,
è importante memorizzare il registro cenestesico dei momenti positivi,
è importante Ringraziare: la conversione si dà nel riconoscimento.
Quando tratti qualcun altro, stai facendo un'operazione verso il mondo, vedi gli altri come parte integrante del tuo mondo, e lo sguardo che metti sul mondo dell'altro e sulle sue diversità, è liberatorio.
martedì 24 aprile 2012
Farai sparire i tuoi conflitti...
"Farai sparire i tuoi conflitti quando li avrai compresi nella loro radice ultima, non quando li vorrai risolvere."
Per un anno, a giorni alterni, ho meditato sulle mie contraddizioni e su quali fosser le loro radici. Per trovare le contradizioni pensavo a come si era svolta la giornata e a ciò che mi aveva creato tensioni, sofferenza, etc. e mi chiedevo cosa fosse accaduto, andando indietro il più possibile, e alla fine arrivavo sempre ad identificare una mia contraddizione, spesso la stessa.
Qualsiasi sofferenza banalissima, disappunto, ansia, etc. che attribuivo ad un altra persona, alla fine mi riconduceva ad una mia aspettativa o altro.
Questo mi ha portato a riconoscere, mentre sorgevano queste situazioni, da cosa nascevano, o a metterle da parte, per meditarci successivamente, ma comunque tenendo presente che non dovevo crederci, non dovevo dargli retta.
Il conflitto non è esterno, ma si tratta di contenuti tuoi che emergono.
Per conflitto intendiamo un problema o qualcosa che ci crea tensione.
Quando ti concentri su un problema, con l'intenzione di risolverlo, non ci riesci.
Quando ci sono conflitti di opinione, ognuno cerca di far valere la propria, di imporla; e la cosa migliore è andare alla radice, e vedere perchè uno vuole quella cosa o l'altra.
Anche in caso di conflitto con sé stessi, andare a cercare da dove viene è l'unico modo per superarlo, e decidere cosa fare o cosa scegliere.
A volte anche quando mi interrogo e vedo da dove nasce, il conflitto non sparisce, trovo giustificazioni o sento ingiustizia, o non so come gestirlo. In questo caso sto riconoscendo la radice solo a livello intellettuale (capisco), ma non lo sto portando in profondità (comprendo).
Il livello attenzionale è fondamentale: quando sono lucida e comprendo, sto bene; ma appena cala l'attenzione, quel conflitto ricompare: saltano fuori le credenze, il passato, la cultura. Però riemerge con meno carica.
Ha a che fare con lo stabilito: se si credo e non lo metto in discussione, continuerò a dare le stesse risposte.
C'è un fascino nei conflitti: è bello prendersela con qualcuno, litigare, avere ragione: è confortante, è compensatorio. Se l'altro è cattivo, significa che tu sei buono.
Mi smonto l'illusione che sia dalla mente che parte la volontà di risolvere un conflitto, quando invece per risolverlo devo partire da un'altra parte e usare altri strumenti. Comprenderlo parte da una necessità.
Se sparisce il conflitto, puoi anche continuare a fare o ripetere l'atto che ti creava conflitto, ma senza più soffrire (per esempio senza sentire sensi di colpa).
Quando decido di fare qualcosa metto attenzione, ma poi non riesco a mantenerla e mi sento in colpa, e me la prendo con me stesso.
Per un anno, a giorni alterni, ho meditato sulle mie contraddizioni e su quali fosser le loro radici. Per trovare le contradizioni pensavo a come si era svolta la giornata e a ciò che mi aveva creato tensioni, sofferenza, etc. e mi chiedevo cosa fosse accaduto, andando indietro il più possibile, e alla fine arrivavo sempre ad identificare una mia contraddizione, spesso la stessa.
Qualsiasi sofferenza banalissima, disappunto, ansia, etc. che attribuivo ad un altra persona, alla fine mi riconduceva ad una mia aspettativa o altro.
Questo mi ha portato a riconoscere, mentre sorgevano queste situazioni, da cosa nascevano, o a metterle da parte, per meditarci successivamente, ma comunque tenendo presente che non dovevo crederci, non dovevo dargli retta.
Il conflitto non è esterno, ma si tratta di contenuti tuoi che emergono.
Per conflitto intendiamo un problema o qualcosa che ci crea tensione.
Quando ti concentri su un problema, con l'intenzione di risolverlo, non ci riesci.
Quando ci sono conflitti di opinione, ognuno cerca di far valere la propria, di imporla; e la cosa migliore è andare alla radice, e vedere perchè uno vuole quella cosa o l'altra.
Anche in caso di conflitto con sé stessi, andare a cercare da dove viene è l'unico modo per superarlo, e decidere cosa fare o cosa scegliere.
A volte anche quando mi interrogo e vedo da dove nasce, il conflitto non sparisce, trovo giustificazioni o sento ingiustizia, o non so come gestirlo. In questo caso sto riconoscendo la radice solo a livello intellettuale (capisco), ma non lo sto portando in profondità (comprendo).
Il livello attenzionale è fondamentale: quando sono lucida e comprendo, sto bene; ma appena cala l'attenzione, quel conflitto ricompare: saltano fuori le credenze, il passato, la cultura. Però riemerge con meno carica.
Ha a che fare con lo stabilito: se si credo e non lo metto in discussione, continuerò a dare le stesse risposte.
C'è un fascino nei conflitti: è bello prendersela con qualcuno, litigare, avere ragione: è confortante, è compensatorio. Se l'altro è cattivo, significa che tu sei buono.
Mi smonto l'illusione che sia dalla mente che parte la volontà di risolvere un conflitto, quando invece per risolverlo devo partire da un'altra parte e usare altri strumenti. Comprenderlo parte da una necessità.
Se sparisce il conflitto, puoi anche continuare a fare o ripetere l'atto che ti creava conflitto, ma senza più soffrire (per esempio senza sentire sensi di colpa).
Quando decido di fare qualcosa metto attenzione, ma poi non riesco a mantenerla e mi sento in colpa, e me la prendo con me stesso.
lunedì 23 aprile 2012
Questa sera in saletta
..chiacchieriamo dell' ottavo principio di azione valida:
"Farai sparire i tuoi conflitti quando li avrai compresi nella loro radice ultima, non quando li vorrai risolvere."
A stasera!
mercoledì 18 aprile 2012
Se persegui un fine...
"Se persegui un fine, ti incateni. Se tutto ciò che fai, lo fai con un fine in sé stesso, ti liberi."
Fa subito pensare al fare le cose perchè ha senso farle, al di là dell'esito. Se applicato, questo principio modifica tutta la tua vita, perchè farai solo ciò che ti sembra abbia senso. Pertanto, ti porta a chiederti, e a scoprire, ciò che per te ha senso.
Questo principio ti porta a chiederti il perché di ogni cosa che fai, e ti rivela ciò che ti muove.
C'è incatenamento quando per ottenere il tuo obiettivo, ti trovi a doverti muovere in un certo modo predeterminato.
Se persegui un fine sei incatenato anche a tutte le cose esterne necessarie ad ottenerlo, e quindi si crea una dipendenza che incatena e determina il tuo clima.
Se invece fai le cose come un fine in sé stesso, sei sempre coerente, anche nel cambiare idea se decidi di farlo.
Mi rendo conto che ci sono tante cose che non faccio per paura di non raggiungere il risultato, e quindi me ne privo. Se invece faccio le cose slegate dal risultato, decadono anche le paure collegate.
Quali sono gli indicatori che sto agendo bene?
- quando apprezzo anche il percorso che sto facendo
- quando tutti i risultati che potrebbero presentarsi (o non presentarsi) mi staranno bene, li accetterò,
allora starò facendo quell'atto perché ha senso farlo; seinvece qualche ipotetico risultato lo rifiuto, ecco che sono ancora incatenato all'esito.
Questo è un principio che si contrappone al mito della ricerca del successo: da un obiettivo esterno, ti riporta ad un senso interno.
Anche questo principio è molto legato alle aspettative.
Relativamente al Proposito, non vi è persecuzione di un fine, perché non sacrifica nulla, ma porta avanti tutto insieme, e ogni passo che si fa per arrivarci, è valido anche preso da solo.
Questo principio ti evita il risentimento perché non hai nessuno da incolpare se non raggiungi un fine, nemmeno te stesso.
E se non raggiungi l'obiettivo, chissenefrega: voliamo sulle ali di un uccello chiamato tentativo.
lunedì 16 aprile 2012
Questa sera in saletta..
..parleremo del settimo Principio di Azione Valida:
"Se persegui un fine, ti incateni. Se tutto ciò che fai, lo fai come un fine in se stesso, ti liberi."
tratto dal XIII capitolo del libro "Il Messaggio di Silo"
"Se persegui un fine, ti incateni. Se tutto ciò che fai, lo fai come un fine in se stesso, ti liberi."
tratto dal XIII capitolo del libro "Il Messaggio di Silo"
mercoledì 4 aprile 2012
Se persegui il piacere....
"Se persegui il piacere, ti incateni alla sofferenza. Ma se non danneggi la tua salute, godi senza inibizioni quando si presenta l'opportunità" - 6° Principio di azione valida
Perchè parla di non danneggiare la tua salute? Perchè il corpo ti serve. E infatti proprio nel capitolo I La Meditazione si dice anche "qui c'è amore per il corpo".
Il piacere è inteso come qualcosa che è collegato al corpo (sesso, cibo, sonno, e tutto ciò che è vegetativo), altrimenti non parlerebbe di salute, che riguarda esclusivamente il corpo.
Ci sembra interessante che venga sottolineato che conviene godere "senza inibizioni", queste infatti sono molto personali, hanno a che fare con le varie "morali" con cui si è entrati in contatto e riguardano le censure e il trattenersi; elemento che va totalmente in contrasto col fare ciò che ci si sente di fare.
La negazione pregiudiziale è legata al viversi la cosa con contraddizione.
Questo principio ci riporta alla scala di valori, l'immagine di sè, i pregiudizi, il paesaggio di formazione, le menate, le credenze, lo sguardo esterno e il giudice interno.
Quanto siamo liberi di fare veramente ciò che vogliamo?
"Quando si presenta l'opportunità" non vuol dire che uno deve, ma quando uno vuole.
Ha a che fare con la direzione che dai alla tua vita e non può prescindere dagli altri principi.
Il "perseguire" denota un accanimento, il fatto di dare tutta questa importanza all'atto, e quindi manipolare la situazione per far sì che il piacere si dia, ti incatena; non sei libero. E' tutto legato alle aspettative.
Se vai nel mondo aperto a ricevere tutto come se fosse un regalo, ti cambia la prospettiva e ti libera.
Se persegui il piacere, non ti accorgi di tutto il resto che ti accade attorno.
Quando uno si fissa nel perseguire il piacere, si ritrova talmente incatenato alla sofferenza che non gode neanche.
E' l'atteggiamento mentale che è diverso: se diventa un oggetto mentale, si lega ad un insogno.
Perseguire ti fa fare fatica per ottenere una piccola soddisfazione; mentre quando arriva l'occasione, ci si gode tutto, anche il fatto che si sia presentata l'opportunità.
Ho sempre perseguito il piacere dell'ozio (e del sonno), anche se poi magari i sensi di colpa mi inducevano a non goderne davvero. Nel perseguirlo mi incatenavo, perché in realtà utilizzavo l'ozio come una fuga. Alla fine non mi godevo il sonno perché sapevo che c'erano altre cose da fare (senso di colpa). Se si sceglie in base alla comodità, dietro c'è un'inculata: ti stai facendo condizionare dal tuo corpo, è lui che sta decidendo, invece dovrebbero essere le tue aspirazioni a orientarti.
Siccome non riesco a godere senza inibizioni quando si presenta l'opportunità, allora già mi ritrovo a perseguire questo piacere. Mi sono chiesta da dove viene questa cosa, e sicurametne c'entra il paesaggio di formazione quando ci facevano credere che è giusto soffrire, che la penitenza serve ad espiare i peccati decisi dalla morale, etc. Tutto ciò crea conflitto con il "tratta l'altro come vorresti essere trattato.
Quando si sta con un certo livello di attenzione, i registri sono inequivocabili.
Si agisce in base alle necessità, e la necessità va cambiando man mano che si lavora con sé setessi, e all'aumentare della possibilità di scelta.
Il perseguire è legato ad un registro di forzatura; così come il "quando si presenta" richiama il fatto di saper cogliere o lasciar andare.
Il lasciar andare può anche esser visto non solo come un "perdere qualcosa, ma come una trasformazione, dove lì non perdi nulla, ma si trasforma in qualcosa d'altro.
Perchè parla di non danneggiare la tua salute? Perchè il corpo ti serve. E infatti proprio nel capitolo I La Meditazione si dice anche "qui c'è amore per il corpo".
Il piacere è inteso come qualcosa che è collegato al corpo (sesso, cibo, sonno, e tutto ciò che è vegetativo), altrimenti non parlerebbe di salute, che riguarda esclusivamente il corpo.
Ci sembra interessante che venga sottolineato che conviene godere "senza inibizioni", queste infatti sono molto personali, hanno a che fare con le varie "morali" con cui si è entrati in contatto e riguardano le censure e il trattenersi; elemento che va totalmente in contrasto col fare ciò che ci si sente di fare.
La negazione pregiudiziale è legata al viversi la cosa con contraddizione.
Questo principio ci riporta alla scala di valori, l'immagine di sè, i pregiudizi, il paesaggio di formazione, le menate, le credenze, lo sguardo esterno e il giudice interno.
Quanto siamo liberi di fare veramente ciò che vogliamo?
"Quando si presenta l'opportunità" non vuol dire che uno deve, ma quando uno vuole.
Ha a che fare con la direzione che dai alla tua vita e non può prescindere dagli altri principi.
Il "perseguire" denota un accanimento, il fatto di dare tutta questa importanza all'atto, e quindi manipolare la situazione per far sì che il piacere si dia, ti incatena; non sei libero. E' tutto legato alle aspettative.
Se vai nel mondo aperto a ricevere tutto come se fosse un regalo, ti cambia la prospettiva e ti libera.
Se persegui il piacere, non ti accorgi di tutto il resto che ti accade attorno.
Quando uno si fissa nel perseguire il piacere, si ritrova talmente incatenato alla sofferenza che non gode neanche.
E' l'atteggiamento mentale che è diverso: se diventa un oggetto mentale, si lega ad un insogno.
Perseguire ti fa fare fatica per ottenere una piccola soddisfazione; mentre quando arriva l'occasione, ci si gode tutto, anche il fatto che si sia presentata l'opportunità.
Ho sempre perseguito il piacere dell'ozio (e del sonno), anche se poi magari i sensi di colpa mi inducevano a non goderne davvero. Nel perseguirlo mi incatenavo, perché in realtà utilizzavo l'ozio come una fuga. Alla fine non mi godevo il sonno perché sapevo che c'erano altre cose da fare (senso di colpa). Se si sceglie in base alla comodità, dietro c'è un'inculata: ti stai facendo condizionare dal tuo corpo, è lui che sta decidendo, invece dovrebbero essere le tue aspirazioni a orientarti.
Siccome non riesco a godere senza inibizioni quando si presenta l'opportunità, allora già mi ritrovo a perseguire questo piacere. Mi sono chiesta da dove viene questa cosa, e sicurametne c'entra il paesaggio di formazione quando ci facevano credere che è giusto soffrire, che la penitenza serve ad espiare i peccati decisi dalla morale, etc. Tutto ciò crea conflitto con il "tratta l'altro come vorresti essere trattato.
Quando si sta con un certo livello di attenzione, i registri sono inequivocabili.
Si agisce in base alle necessità, e la necessità va cambiando man mano che si lavora con sé setessi, e all'aumentare della possibilità di scelta.
Il perseguire è legato ad un registro di forzatura; così come il "quando si presenta" richiama il fatto di saper cogliere o lasciar andare.
Il lasciar andare può anche esser visto non solo come un "perdere qualcosa, ma come una trasformazione, dove lì non perdi nulla, ma si trasforma in qualcosa d'altro.
Iscriviti a:
Post (Atom)


